La FELCE nelle leggende del folklore nordeuropeo

Pianta dalle origini antichissime, la felce è considerata il punto di partenza evolutivo del paesaggio vegetale esistente oggi e si pensa esistesse già 350 milioni d’anni fa. Il nome deriva dal greco pteris, da cui nasce il termine pteridofite che designa il nome dell’intera famiglia, che ad oggi conta 11.000 specie.

Le felci sono il primo gruppo terrestre ad aver sviluppato un sistema vascolare per il trasporto di fluidi permettendo la vita fuori dall’acqua ma necessitano comunque di un habitat umido per crescere, in quanto si riproducono asessualmente tramite spore che si spostano grazie all’umidità dell’ambiente; per questo, prediligono i sottoboschi ombrosi, specialmente le zone acquitrinose.

Un ramo di felce maschio.
Spore di felce.

Tra le specie più diffuse e conosciute ci sono la felce maschio, la felce di Boston e quella acquilina che differiscono per dimensioni e tipo di habitat. In molti appartamenti di città non è raro trovare la felce di Boston, pianta di piccole dimensioni che ha la proprietà di purificare l’aria dall’inquinamento e dalle sostanze nocive.

 

Alcune specie di felce. Illustrazione botanica.

La sua origine antichissima e il non riprodursi tramite semi visibili a occhio nudo hanno portato alla nascita di numerose leggende.

Un’antica credenza riteneva che raccogliere ed essiccare le foglie di felce portasse fortuna mentre se le si bruciava e si teneva la cenere vicino all’occhio durante il sonno, sarebbe stato possibile avere sogni premonitori e rendere le donne più fertili.

Per la sua grande diffusione, mitologicamente la pianta veniva associata al Dio Pan, il dio pastore della campagna, dei pascoli e delle selve che si racconta avesse un aspetto animalesco, ricoperto di pelo con zanne, corna e zoccoli caprini.

Rappresentazioni del dio Pan.

Nel Medioevo la pianta ha assunto un’immagine e delle proprietà molto più misteriose. All’epoca erano diffuse molte credenze erronee sulla medicina naturale: se la forma di un vegetale somigliava a un organo umano, aveva come conseguenza diretta degli effetti benefici su di esso. Con queste premesse non sorprende che, non essendo a conoscenza dell’esistenza delle spore, si credesse che i semi di felce, non essendo visibili ad occhio nudo, donassero invisibilità a chiunque riuscisse a catturarne una manciata.

Ovviamente il processo di raccolta dei semi doveva avvenire come un rituale dal momento che questi si rendevano visibili solo a pochi fortunati esclusivamente durante la notte del solstizio, dedicata a San Giovanni.

Non sappiamo in quanti effettivamente credessero a questa leggenda, ma sicuramente ha fatto la fortuna di molti falsi stregoni che si dichiaravano in possesso dei semi magici per trarne profitto.

Un passo tratto dall’Enrico IV di Shakespeare, scritto nel 1597, è una prova della scetticità che già al tempo si provava nei confronti di certi rimedi e sull’attendibilità di chi ne proclamava le proprietà magiche: il ladro di nome Gadshill voleva convincere un complice ad aiutarlo e in una riga dice: «Noi rubiamo come se fossimo dentro una botte di ferro, perfettamente sicuri; abbiamo la ricetta dei semi di felci… camminiamo invisibili». L’altro, però, gli risponde: «In fede mia, credo che dobbiate piuttosto ringraziare la notte che il seme delle felci, se camminate invisibili».

Il processo per raccogliere questi semi varia da leggenda a leggenda. Storie narrano che fosse necessario far cadere il seme su una pila di 12 piatti di peltro: il seme li avrebbe attraversati tutti meno il dodicesimo, che l’avrebbe quindi trattenuto.

A sinistra: Painting “Kwiat paproci” (“Fern Flower”) by artist Witold Pruszkowski (1846-1896), painted in 1875.
A destra: illustration depicting a Fern Flower drawn by artist Jan Marcin Szancer (1902-1973) for a book “Konik Garbusek”.

In alcuni paesi del nord Europa si racconta che nella notte del solstizio i semi risplendessero come oro e facessero scoprire tesori nascosti. In Boemia dei semi venivano mescolati al denaro per fare in modo che non diminuisse mai, nemmeno spendendolo.

Altre leggende boeme legate alla felce raccontano che non solo i semi fossero in grado di risplendere come oro, ma anche che allo scoccare della mezzanotte, sempre nel giorno del solstizio, pochi fortunati eletti riuscissero a vederne il fiore leggendario risplendere di oro o rosso, a seconda della leggenda. Si trattava della massima manifestazione portatrice di immensa fortuna.

Alfredo Cattabiani in Florario riporta che anche in Russia credevano nell’esistenza del fiore e che, nella notte di San Giovanni, i contadini si recavano nella foresta prima della mezzanotte con una salvietta bianca, una Croce, il Vangelo, un bicchiere d’acqua e un orologio: solo grazie alla presenza di tutti questi elementi avrebbero avuto la possibilità di assistere alla sua comparsa. Si narra anche che le fanciulle in grado di vedere il fiore si assicurassero un futuro prosperoso, garantendosi un buon matrimonio e dei figli.

Painting “Kwiat paproci” (“Fern Flower”) by artist Antoni Piotrowski (1853-1924), painted around 1900.

Come abbiamo potuto constatare, la felce è collegata in modo stretto alla notte del solstizio e, quindi, ai cambiamenti del sole: una leggenda tedesca racconta che la pianta sia nata direttamente da tre gocce di sangue che il sole sparse un giorno in cui un cacciatore gli sparò.

Oltre alle credenze popolari, la felce veniva utilizzata per ottenere invisibilità anche nella magia nera. All’arrivo della primavera, durante la notte di Valpurga (in tedesco Walpurgisnacht), un’antica celebrazione pagana praticata maggiormente dai popoli dell’Europa centro-settentrionale, le streghe utilizzavano la pianta per i loro rituali.

La felce veniva utilizzata anche nella magia bianca, ma ha sempre conservato dei connotati negativi: si tratta di una pianta che vive nelle zone più ombrose dei boschi e, se bruciata, produce una cenere nera maleodorante; inoltre, non produce né fiori né frutti e per l’uomo è tossica. Nonostante ciò, esiste una connessione tra le parole felce e felice: secondo alcune teorie una parola deriverebbe dall’altra perché in antichità si credeva che l’utilizzo della pianta potesse realizzare tutti i desideri più profondi. Anche nelle civiltà Etrusca e Romana era presente questa apparente contraddizione di significati, in quanto credevano che la felce avesse una natura maligna ma fosse allo stesso tempo in grado di allontanare ogni male e ostilità.

Al di là dell’alone di ignoto che, evidentemente, ruota attorno all’origine della felce, ho trovato moltissime poesie che citano questa pianta, ma mai con accezione negativa, anzi. La felce, oltre il fascino che scatena per la sua natura misteriosa, viene sempre inserita all’interno di un contesto molto concreto e rurale, che prende un’accezione nostalgica: quindi, vorrei, come conclusione di quest’articolo, riportare l’inizio di una poesia di Dylan Thomas, “Colle delle felci” (link poesia), intrisa proprio di questo sapore nostalgico e in cui il colle delle felci non è altro che un luogo d’infanzia, sia interiore che effettivo, dell’autore:

Ora io giovane e semplice sotto i rami del melo
presso la casa sonora e felice come l’erba era verde,
la notte sulla vallata radiosa di stelle,
il tempo mi faceva esultare
e arrampicare d’oro nel rigoglio dei suoi occhi,
e venerato tra i carri ero principe delle città di mele
e una volta io, il signore, che alberi e foglie
faceva scendere con orzo e margherite
giù per i fiumi di luce donati dal vento.

(trad. di Andrea Sirotti)

 

APPROFONDIMENTI

Info sulle felci in Italia: http://online.ibc.regione.emilia-romagna.it/I/libri/pdf/Felci_dell_Emilia-Romagna.pdf

Leggende polacche sul fiore della felce (ENG): https://lamusdworski.wordpress.com/2016/12/03/fern-flower/

Video su mitologia slava (ENG): https://www.youtube.com/watch?v=p6g0VTY_GcE

 

FONTI

Alfredo Cattabiani, FloriarioMiti, leggende e simboli di fiori e piante, 1998
https://www.amazon.it/dp/B071CPKSW2/ref=dp-kindle-redirect?_encoding=UTF8&btkr=1

Silvertown Johnatan, La vita segreta dei semi, 2010
https://www.ibs.it/vita-segreta-dei-semi-libro-jonathan-silvertown/e/9788833921730

Illustrazione di copertina di Yasas Navaratne.